lunedì 15 dicembre 2008

ETOBIOSOFIA: IL SAPERE CHE GUARISCE e IL COOPERATIVE LEARNING

Alcuni anni dopo Carlo Bianchini, che applicò il cooperative learning all'interno di un corso di Biblioteconomia, un altro nostro amico, Nicola Schibuola, decide di applicare il metodo all'interno di una giornata di formazione sulla medicina del dottor Hamer e di raccontarci come è andata...

Ci sono Attimi nella Vita, piccoli impercettibili Attimi di Vita, che cambiano il modo di percepire il tempo che ha da venire, il nostro tempo. Attimi che delimitano un prima ed un dopo. Un bivio mentre camminiamo, nello svuotarsi della clessidra, una scelta e non si torna più indietro… si può solo proseguire, un po’ cambiati. Questi Attimi, Sacri alla Sopravvivenza, sono appuntamenti con il nostro passato genealogico, e manifestazione, per quanti hanno occhi per vedere e orecchie per sentire, del nostro sé incarnato ed eterno. Sono i gradini, a volte faticosi, di una scala che ci eleva. Sono lo strumento dell’Evoluzione.

Essi si rivelano nel vivere quotidiano, per (sos) spingerci a crescere sui Piani dell’Esistenza: Spirituale, Intellettuale, Emotivo, Sessuale e Corporeo. Queste Occasioni sottostanno alle regole dell’Emozione, ove non esiste il bene o il male, ed il segno “più” o “meno” non rappresenta una direzione di merito, ma solo un movimento di andata e ritorno, un ritmo.

È più utile la sistole o la diastole cardiaca? L’inspiro o l’espiro, il giorno o la notte? Così, in questo flusso di eventi, ci capita di vivere a intervalli regolari situazioni che hanno in sé lo stesso scopo, la medesima struttura, un’identica volontà di potenza. Se non le comprendiamo profondamente, queste situazioni torneranno eternamente per quello che sono: memorie di sequenze emotive interrotte. Accadimenti conflittuali vissuti, generalmente, da nostri avi, diventati traccia chimica indelebile nelle membrane cellulari e nel DNA, si perpetreranno nelle infinite costellazioni e modalità relazionali proprie di ogni famiglia e nel Karma. Messaggi nella bottiglia lanciati verso il futuro. In questi messaggi, un unica richiesta: risolvere una memoria di Conflitto che si è verificato, nella linea genealogica, su uno dei piani dell’esistenza.

Chi studia pragmaticamente ed empiricamente queste dinamiche, sa che un conflitto non risolto di un singolo individuo si riversa sulle generazioni successive scalando di un livello la densità di energia: dal fine stato Spirituale a quello Intellettuale, da questo all’Emozionale e così via, fino a manifestarsi a livello della materia, sul piano Corporeo.


Questo ultimo è il campo in cui vigono le 5 Leggi Biologiche scoperte dal Dott Hamer. A livello Corporeo non v’è soluzione del conflitto, al di fuori di sé. La filogenesi ha demandato al cervello, inteso come organo, il compito di amministrare l’intenzione e la forza evolutiva insita in ogni cellula, e l’istinto di sopravvivenza che ne è il corollario. Il controllo del cervello si estende dalla singola cellula a tutti i tessuti organici, agli organi, agli apparati. Un essere vivente, a livello biologico, non può quindi che conoscere se stesso, ed il campo d’azione del cervello per risolvere in modo efficace i conflitti che mettono a repentaglio la sopravvivenza fisica, sarà unicamente il proprio corpo. Per ottenere dal cervello una risposta automatica di sopravvivenza, definita da Hamer Programma Biologico di Sopravvivenza (PBS), il conflitto deve essere di tipo Biologico, e cioè un conflitto che mette a repentaglio la vita del singolo e della specie. Un PBS si attiva a partire da uno di quegli Attimi Sacri dell’Evoluzione, chiamati da Hamer: DHS. Solamente un accadimento vissuto in modo drammatico, in solitudine, che ha colto la persona in contropiede e senza possibilità di soluzione efficace, attiva un PBS. Se non sono presenti tutte queste componenti, non siamo in presenza di una DHS, e nessun PBS verrà attivato. I PBS sono comunemente definiti malattie.

Tutte le malattie sono dei PBS, e cioè dei Programmi Biologici di Sopravvivenza, selezionati dall’evoluzione e al servizio dell’evoluzione, attraverso la garanzia della sopravvivenza, per la sopravvivenza del singolo e della specie. Esistono molte modalità per entrare in una fase conflittuale, ma in assenza di una DHS non vi sarà alcuna risposta organica, nessuna malattia, e il disagio resterà confinato in ambiti psichici, emozionali, spirituali. Pensiamo ad un lutto, ad esempio: il più delle volte la sofferenza, per quanto intensa, è solo di tipo psichico e affettivo, e non organico, nel senso che non si sviluppano “patologie” organiche. La DHS fa la differenza! Di più, la DHS si differenzia. Si differenzia dalla miriade di Attimi Sacri di Vita perché mette in gioco non solo l’Evoluzione Spirituale, Intellettuale, Emotiva o Sessuale del singolo e della specie, ma la loro Sopravvivenza. V’è una sostanziale diversità tra il conflitto derivante dal desiderio, frustrato, di potersi sedere in modo dinamico, modificando a piacere in modo veloce e pratico la propria posizione nello spazio piano, che ha portato un individuo nella notte dei tempi ad inventare la sedia, ed un conflitto che ha come soluzione un PBS di cancro allo stomaco. Il secondo, a differenza del primo, mette a repentaglio la vita del singolo. Ma perché? Ritengo che il 99% dei lettori a questa domanda risponderebbe ancora: “per il cancro che lo ucciderà, ovviamente!”. No, non per il cancro, perché questo è un Programma Biologico determinato alla Sopravvivenza, ma per il conflitto biologico in sé, che ci obbliga ad elevarci, o essere eliminati, per il bene superiore della specie.


Ho cercato, nei corsi che ho tenuto fino ad oggi, di permettere ai corsisti di accedere a questa consapevolezza: non esiste la malattia in quanto tale, ed ogni malattia è un PBS. Ho seguito diverse strade epistemologiche ma, molto spesso, mi rendevo conto che, puntando esclusivamente alla comunicazione frontale dei contenuti, la modalità di esposizione poteva cambiare, da semplice a complessa, ma il risultato era simile: la qualità della comprensione era spesso effimera, poco profonda. Poco partecipata. Ho così cercato di inventare e costruire la mia sedia. Più praticamente, ne ho cercata una che facesse al caso mio, e mi è arrivato alla mente un ricordo emotivo di un seminario montano tenuto dal professor Mario Comoglio, al quale partecipavamo anche noi, il gruppo di Lindbergh.

Era un seminario sul Coperative Learning. Comprendere attraverso l’Emozione del rapporto interpersonale, sfruttando le potenzialità dell’interdipendenza creativa tra le persone, valorizzando la partecipazione di ognuno al raggiungimento degli obiettivi. Soprattutto, colmare i vuoti che si creano nella comunicazione di un contenuto da parte di un pedante relatore (che stia parlando di me?), con la cooperazione tra Persone, e quindi con l’intreccio di Menti, Cuori, Bisogni, diversi; e di Vite uniche ed irripetibili.

Gli incontri recenti con Paolo Scorzoni, il nostro storico Presidente, il Presidente di Lindbergh, divenuto un appassionato esperto del metodo C.L., mi hanno permesso di incontrare un grande amico, e di imparare a governare, da autista con la “P” sul lunotto, una nuova modalità di svolgimento dei miei incontri. Ho applicato per la prima volta le tecniche del C.L. nel mio ultimo seminario sulle 5 Leggi Biologiche di Hamer, ed è stato un successo. Non è stato facile per me, all’inizio, vincere la mia resistenza alla sintesi, necessaria per far posto, a parità di tempo a disposizione per l’incontro, al lavoro individuale e di gruppo. Devo ammettere che la cosa mi sembrava poco coerente con la mia volontà di comunicare quante più nozioni utili possibili, ma il feedback dei corsi precedenti mi aveva sempre dimostrato che non la quantità, ma la qualità dell’apprendimento delle informazioni è l’obbiettivo primario a cui puntare. Ebbene, questo obbiettivo l’ho raggiunto. Il risultato è, migliorabile, affinando la padronanza del metodo, ma la qualità delle domande, i commenti, le proposte, le osservazioni da punti di vista inediti venutemi dal pubblico e la vivacità del clima creatosi durante il corso sono stati per me motivo di gioia, e sommessa, grande soddisfazione.


Nicola Schibuola

giovedì 4 dicembre 2008

Valutazione insegnanti: Rubrica di valutazione di un insegnante 2

Riccarda Viglino è intervenuta nel dibattito sui criteri che definiscono la qualità del lavoro di un insegnante inserendo delle aggiunte in blu a quelli già proposti dal sottoscritto.

Li pubblico senza toccarli perchè li condivido completamente.

Rimaniamo in attesa anche di altri interventi.


Un bravo insegnante dovrebbe essere in grado di:

¨ Progettare.

  • Analizzare il contesto in cui si trova ad operare e progettare scenari di apprendimento adeguati all’eterogeneità del contesto stesso

¨ Motivare

o rendere significative le lezioni ponendosi domande del tipo:

“perché questo argomento è significativo all’interno della disciplina che insegno ?”

“perché questo argomento dovrebbe interessare ai miei studenti?”

“Che cosa di questo argomento gli studenti dovrebbero apprendere per la vita?”

Essere empatico

o dimostrare comprensione ed empatia per idee ed emozioni degli altri (studenti, genitori, colleghi…)

¨ Spiegare

o essere comprensibile agganciando argomenti nuovi alle conoscenze previe dei propri studenti

o utilizzare la parafrasi esplicativa , riformulare ed esemplificare

o utilizzare la “spiegazione interrotta” e la “spiegazione attiva”

¨ Recuperare

o creare situazioni di feedback continuo per potersi accorgere subito se uno studente non sta perseguendo l’obiettivo di apprendimento

o usare i feedback positivi per incoraggiare, rinforzare e promuovere l’autostima

o promuovere interventi di rinforzo al percorso di apprendimento

o utilizzare strategie alternative e compensative

¨ Organizzare

o dare vita, nel corso delle proprie lezioni, a vere e proprie occasioni di apprendimento, organizzando i materiali e le risorse umane (cioè gli studenti)

o creare situazioni di apprendimento varie e diversificate, complesse e sfidanti

¨ Valutare

o creare in continuazione occasioni di valutazione formativa (anche attraverso l’utilizzo di rubriche di valutazione)

o utilizzare l’autovalutazione degli studenti

o valutare gli scenari di apprendimento che predispone (valutazione in itinere e finale, co-valutazione con i colleghi, ricerca-azione)

¨ Orientare

o Aiutare gli studenti a ragionare con la propria testa partendo dagli argomenti di studio per arrivare alle scelte di vita (es. scelta scuola superiore o facoltà universitaria)

o promuovere il pensiero critico

o promuovere la metacognizione

¨ Collaborare

o le relazioni con studenti, genitori, dirigenti, colleghi, personale Ata, realtà locale devono essere curate perché in un clima di collaborazione reciproca l’apprendimento è migliore

o il riflettere su quanto accade in classe e con i colleghi è molto importante per modificare e aggiornare i propri percorsi formativi

¨ Persistere

o Mantenere nel tempo la fiducia nelle capacità degli allievi e nella possibilità di modificare le situazioni date

¨ Formarsi ed aggiornarsi

o porsi in un’ottica di formazione permanente

giovedì 6 novembre 2008

Valutazione Insegnanti: provocazione n. 5

Quali Criteri?
La Rubrica di Valutazione

E' un periodo difficile per la scuola italiana; è un periodo di grande confusione.
La nostra scuola andrebbe riformata, migliorata (e qui tutti sono d'accordo) ma diventa difficile ricavare dagli ultimi interventi legislativi spunti per dare nuova qualità ad un settore che pur essendo in crisi non è allo sbando.
Io torno a dire che per migliorare la scuola bisognerebbe cominciare a valutare gli insegnanti. Valutando gli insegnanti infatti si motiverebbe la maggioranza che lavora e lavora bene e si stanerebbe subito quella minoranza che non sa fare o non vuole fare bene il proprio mestiere.
Ribadisco quanto detto nella provocazione n. 1: la valutazione per essere oggettiva, non deve provenire da un solo soggetto ma essere diversificata (studenti, genitori, colleghi, dirigente, personale Ata) e basarsi su criteri condivisi.
Bene, questa provocazione intende aprire un dibattito sui criteri.
Quali sono i criteri di qualità della prestazione di un insegnante? Cosa distingue un insegnante bravo da uno meno bravo?
Io ho buttato giù una proposta che attende solo d'essere ampliata e modificata dai vostri interventi.
Eccola:

Proposta di

Rubrica di valutazione di un insegnante

Un bravo insegnante dovrebbe essere in grado di:

¨ Motivare

o rendere significative le lezioni ponendosi domande del tipo: “perché questo argomento dovrebbe interessare ai miei studenti?”

¨ Spiegare

o essere comprensibile agganciando argomenti nuovi alle conoscenze previe dei propri studenti

¨ Recuperare

o creare situazioni di feedback continuo per potersi accorgere subito se uno studente non sta perseguendo l’obiettivo di apprendimento

¨ Organizzare

o dare vita, nel corso delle proprie lezioni, a vere e proprie occasioni di apprendimento, organizzando i materiali e le risorse umane (cioè gli studenti)

¨ Valutare

o creare in continuazione occasioni di valutazione formativa (anche attraverso l’utilizzo di rubriche di valutazione)

¨ Orientare

o Aiutare gli studenti a ragionare con la propria testa partendo dagli argomenti di studio per arrivare alle scelte di vita (es. scelta scuola superiore o facoltà universitaria)

¨ Collaborare

o le relazioni con studenti, genitori, dirigenti, colleghi, personale Ata, realtà locale devono essere curate perché in un clima di collaborazione reciproca l’apprendimento è migliore

¨ Riflettere

o il riflettere su quanto accade in classe e con i colleghi è molto importante per modificare e aggiornare i propri percorsi formativi

giovedì 8 maggio 2008

Interdipendenza positiva e apprendimento autentico

Un viaggio tra Unità di apprendimento

e apprendimento cooperativo

L’antefatto, ovvero il perché di questo articolo

Alcuni giovani vivono un rapporto conflittuale con la scuola. […] I ragazzi hanno voglia di libertà, non hanno voglia di rimanere chiusi tutto il giorno all’interno di un edificio dove vengono trattati argomenti spesso inutili e poco coinvolgenti. (Marco IV IPSIA di Porto Tolle Rovigo).

Ho scelto questa frase tratta da un tema di uno tra i miei studenti più svegli, perché esprime in modo chiaro e senza perifrasi un disagio diffuso all’interno della scuola italiana, disagio che si riflette poi anche sugli insegnanti che si sentono a loro volta poco motivati a veicolare contenuti che vengono appresi solo grazie allo spauracchio del voto.

Disagio che nella scuola superiore si traduce in apatia e nella scuola primaria e secondaria di primo grado si traduce in comportamento scorretto e iperattivo e in situazioni difficilmente gestibili da parte degli insegnanti.

Chi tra noi insegnanti può dire di non avere studenti che la pensano, anche solo a livello inconscio, come Marco? La scuola riesce a soddisfare il loro bisogno di libertà? Riusciamo noi insegnanti a far percepire loro che le cose che studiano sono utili?

Di fronte alle difficoltà manifestate dagli studenti, noi insegnanti potremmo reagire dicendo che non sono mai contenti e che non capiscono l’importanza dell’andare a scuola, o ancora, che non è compito nostro. Potremmo cioè continuare a scaricare le responsabilità su ragazzi, genitori, società.

Potremmo anche (e qui avremmo molte frecce al nostro arco) dire che gli studenti hanno ragione, ma che siamo trattati come loro: mal pagati, mal equipaggiati (pochi computer, connessioni ad internet improbabili…) mal formati.

Ci sono però per fortuna nella scuola italiana molti insegnanti che si interrogano che cominciano a porsi alcune domande fondamentali. Domande del tipo: come posso fare per coinvolgere maggiormente i miei studenti? Come posso agire per fare in modo che le cose che imparano a scuola possano essere non solo utili per la loro vita, ma anche percepite come tali? Cosa posso fare per contribuire alla crescita di un individuo che dovrà mandare avanti la tradizione democratica del nostro paese? Come mi devo comportare per colmare il divario esistente tra ciò che passa per comprensione e la comprensione vera? (Gardner 2001)

Se ci interroghiamo vuol dire che siamo alla ricerca di nuovi strumenti che ci aiutino ad essere il più efficaci possibile nel nostro lavoro; a questo punto il Cooperative Learning e le teorie sull’Apprendimento Significativo possono costituire un contributo importante ad una simile causa.

Si potrebbe ancora una volta scegliere di far solo finta di cambiare, ma questo non mi pare sia l’obiettivo di chi ha voglia di ottenere anche qualche soddisfazione dal proprio lavoro.

Paolo Scorzoni

Segue

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sabato 2 febbraio 2008

Valutazione insegnanti: provocazione n. 4

La rubrica di valutazione dell'insegnante

Esistono dei criteri oggettivamente riconosciuti e condivisi della qualità del lavoro di un insegnante?

Quando possiamo dire che un insegnante è bravo?
Quando sa un sacco di cose?
Quando promuove tutti?
Quando è severo e si fa rispettare?
Quando in classe non vola una mosca?
Quando in classe gli studenti apprendono?
Quando...

Nella scuola italiana è difficile mettersi d'accordo sulla valutazione degli insegnanti perché è difficile trovare un accordo su cosa voglia dire essere un bravo insegnante.

Abbiamo davanti ai nostri occhi ancora il modello della nostra maestra che, quando spiegava, nessuno apriva bocca. L'insegnante modello è quello che domina le classi?

Secondo studi autorevoli non è così.

Le classi sono molto più complesse ed eterogenee di un tempo; la necessità non è più quella di apprendere contenuti ma metodi, procedimenti, modi di pensare, disposizioni della mente.
Un insegnante che lavorasse come il suo omologo di vent'anni fa non sarebbe un insegnante efficace.

Cosa rende un insegnante efficace oggi?

Un insegnante è efficace se è capace di
  1. confrontarsi in modo costruttivo con colleghi, dirigenti, genitori, realtà locali... (Comunicare)
  2. costruire interventi motivanti (Progettare)
  3. andare incontro alle differenze e ai bisogni individuali (Motivare)
  4. controllare il progresso (Valutare sè e gli studenti in modo formativo).
Nel prossimo intervento proveremo ad analizzare le quattro voci una ad una.

mercoledì 30 gennaio 2008

...e adesso cosa si fa?

E' caduto il governo lasciando tra le molte cose in sospeso il solito discorso sulla scuola.

Chi vive all'interno di essa e cerca di fare fino in fondo il suo dovere è quantomeno disorientato.

Siamo passati nel giro di pochi anni dalla Riforma Berlinguer alla Riforma Moratti e dalla Riforma Moratti alle Indicazioni Fioroni.
Ogni ministro ha voluto lasciare il segno.
E noi insegnanti ci siamo trovati a rincorrere e a domandarci quale fosse il modo più gisto di fare scuola.

I politici si rendono conto che ci sono settori della vita del paese nei quali non è possibile ripartire ogni tre e nemmeno ogni cinque anni? Si rendono conto che scuola, energia, infrastrutture, sanità... hanno bisogno di progetti a lungo termine e condivisi? Si rendono conto che così facendo danno ragione a chi alla fine ripropone il proprio vecchio modo di lavorare? Tanto poi arriva un altro che cambia tutto! Si rendono conto che è anche così che si abbassa la qualità di un servizio? (Creando cioè confusione sui suoi criteri di qualità).

Cosa farà chi verrà dopo Fioroni? Una riforma soft o una riforma radicale?

...e noi satremo a guardare...