venerdì 3 febbraio 2012

I professori secondo Pennac

Daniel Pennac, a pagina 212 dell'edizione italiana del suo Diario di scuola, pubblicato da Feltrinelli nel 2008 e qui a fianco riportata, descrive il BRAVO INSEGNANTE come colui che NON MOLLA MAI, come colui che non si lascia ingannare dalle ammissioni di ignoranza dei suoi studenti, come colui che cerca sempre nuove strategie per coinvolgere chi si trova maggiormente in difficoltà.

Pennac mi ha fatto riflettere;  cooperative learning unità di apprendimento e insegnamento per competenze non devono essere il fine dell'insegnamento ma ciò di cui il bravo insegnante va in cerca per riuscire a  non abbandonare nessuno.
Non è colui che padroneggia un metodo o una disciplina alla perfezione e poi si dimentica dei propri studenti.

Forse è su questa idea di scuola che ci si dovrebbe confrontare.
E' vero o no che dobbiamo lavorare per non perdere nessuno per strada? E' vero o no che noi insegnanti non dobbiamo nasconderci dietro all'alibi della famiglia o della società disastrate? E' vero o no che non dobbiamo dimenticare l'importanza formativa delle nostre discipline?

Se siamo in ricerca, se siamo preoccupati per un nostro studente in difficoltà, se pensiamo sia giusto tentare in tutti i modi di agganciarlo ad una vita scolastica piena di possibilità, se cerchiamo qualcosa che ci aiuti a perseguire questi obiettivi, allora il cooperative learning può diventare un potente strumento di inclusione; se invece siamo in cerca di tecniche che ci consentano di rimanere sempre uguali a noi stessi, allora (parafrasando Gaber) non abbiamo nessuna possibilità di diventare insegnanti, ma solo involucri di insegnanti, che non arriveranno mai al cuore dei loro studenti.
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giovedì 13 ottobre 2011

Video di pochi minuti per personalizzare l'apprendimento

Nel numero di Wired di settembre, tutto dedicato alla scuola (da approfondire), ho letto un interessante articolo dedicato a Khan Academy.org, un sito di video che hanno l'obiettivo di far apprendere a chiunque e in modo graduale argomenti che spaziano dall'algebra all'aritmetica, dall'economia alla biologia.
Si tratta di video semplicissimi in cui il curatore, Salman Khan, non comparendo mai, si esprime attraverso parole, schemi, operazioni che vengono riprese in modo lento e graduale.
I video non superano mai i dieci minuti, sono accessibili a tutti e permettono ad ognuno di rispettare il proprio ritmo di apprendimento.
Ho pensato di ispirarmi a questa idea e di pubblicare le sintesi di alcune mie lezioni, per consentire ai miei alunni di rivedere e rinforzare quanto appreso in classe anche a casa.
Il risultato non è ancora ottimale dal punto di vista comunicativo, ma dal punto di vista didattico sta sortendo già alcuni effetti molto positivi.
Mi piace molto l'idea che ogni studente possa fermare la spiegazione nel punto che ritiene più difficile e che possa farla ripartire quando vuole. In un futuro non troppo lontano vorrei portarli ad ascoltare le spiegazioni a casa e ad esercitarsi a scuola; perché è mentre si esercitano che i nostri studenti hanno maggiormente bisogno di noi. (Link ai video)
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venerdì 12 agosto 2011

Educare alla cittadinanza attiva e alla costituzione con il cooperative learning

di Paolo Scorzoni
Riflessione a margine
Nella scuola dell’obbligo in quest’ultimo periodo è in corso un dibattito sul come coniugare la personalizzazione dell’insegnamento/apprendimento con la necessità di arrivare alla fine del percorso mettendo ogni studente nelle condizioni di superare una prova (la prova INVALSI) uguale per tutti in tutta Italia, secondo criteri condivisi a livello europeo e mondiale.
Il dibattito prevede che si vada in profondità e ci si chieda come sia possibile coniugare la globalizzazione delle competenze con l’unicità di ogni studente.
In pratica come è possibile lavorare in modo personalizzato e contemporaneamente portare ognuno a superare prove uguali per tutti?
Il discorso è ampio, oserei dire quasi filosofico, solleva visioni differenti di società, di politica, di vita, oltre che di scuola.
Noi insegnanti però ci troviamo ad andare in classe qui ed ora; non possiamo attendere che il dibattito si sviluppi e si concluda. Dobbiamo far scuola adesso cercando di far bene o, quantomeno, di far meno danni possibili.
Il percorso di apprendimento proposto in questo articolo vuole presentare una possibilità di intervento che tenga conto dei tempi in cui viviamo, delle differenze individuali e dell’omogeneità degli obiettivi finali che ci dobbiamo prefiggere.
Gli studenti trascorrono sempre meno tempo in classe, le classi sono sempre più eterogenee, gli obiettivi da raggiungere sempre più complessi e articolati.
Cosa dobbiamo e possiamo fare noi insegnanti?
Alzare bandiera bianca?
Dobbiamo cioè bocciare sempre di più, contribuendo così a creare anche in Italia quella underclass di cui parla Don De Lillo in Underworld? Oppure dobbiamo continuare a lamentarci e rimanere ancorati ai nostri vecchi e obsoleti stili di insegnamento, perpetuare un’idea di scuola lontana dalla società?
Forse possiamo provare a cambiare qualcosa nel nostro modo di lavorare, soprattutto se ci può portare a raggiungere una quantità maggiore di obiettivi in un clima di maggiore collaborazione con i nostri studenti.
È vero, non è giusto che nella scuola si investa sempre meno e ancora meno giusto è che si facciano passare dei tagli di bilancio per incentivi alla qualità; su questo fronte bisogna certo lavorare, ma non quando si è in classe.
Quando si è in classe bisogna prendersi cura dei propri studenti, aiutarli a crescere come persone, aiutarli a superare le prove della vita, partendo da quelle scolastiche.
È vero che c’è chi dice che solo se selettiva la scuola può diventare seria, io ritengo invece che serietà voglia dire valutare il raggiungimento di obiettivi su cui si è lavorato assieme per un intero ciclo di studi; voglia dire cioè lavorare facendo in modo che tutti i propri studenti raggiungano gli obiettivi necessari ad essere promossi.
È poi vero che la scuola è piena di ottimi insegnanti, ma che al suo interno, purtroppo, ce ne sono anche molti che educano al nozionismo e poi pretendono lhttp://www.blogger.com/img/blank.gifo spirito critico, educano alla competizionehttp://www.blogger.com/img/blank.gif e poi si sorprendono se tra compagni di classe non ci si aiuta, educano in modo frontale e poi si lamentano che i loro studenti non sanno prendere iniziative autonome, educano al silenzio passivo e poi si sorprendono se in Italia i giovani non sanno parlare una lingua straniera.
Io penso (ma in questo non sono solo) che in classe noi insegnanti dobbiamo creare delle comunità di studenti, docenti, collaboratori; dobbiamo far venire la voglia di apprendere, di collaborare, di domandare e che per fare questo bisogna però avere il coraggio di lavorare in modo diverso, in modo nuovo.
A questo punto però basta con i discorsi. Proviamo a dare spazio alla narrazione di un’esperienza svolta in una seconda media della provincia di Rovigo per provare a capire come possa essere possibile perseguire obiettivi differenti con un solo percorso di apprendimento.
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venerdì 10 settembre 2010

Gestire un Collegio dei Docenti con la tecnica del lavoro di gruppo

Premessa
Cosa starà facendo mia figlia a casa con la baby sitter? Perché non usa nemmeno una presentazione in powerpoint? Perché non scrive un po’ più in grande in quella presentazione in powerpoint? Ma quanto parla quel collega, di cose inutili, poi…
Questi sono solo alcuni dei pensieri che ogni insegnante fa nel corso di un Collegio Docenti.
Il Collegio Docenti è l’assemblea di tutti gli insegnanti di una scuola e si riunisce quando ci sono delle decisioni importanti da prendere. È un’istituzione democratica che sta perdendo purtroppo la sua spinta e il suo ruolo di strumento di discussione, ricerca e innovazione all’interno dei vari istituti scolastici. Invece di essere un organismo dei docenti è diventato un rito sempre più spesso gestito dai dirigenti scolastici al quale gli insegnanti partecipano perché costretti.
In genere il modo di gestire questi collegi non aiuta a risvegliare questo spirito di partecipazione: molte persone che ne ascoltano una, che spesso parla senza l’ausilio di strumenti informatici.
Chi ha qualcosa di intelligente da dire non interviene, come non interviene chi non è d’accordo con le decisioni che vengono prese. A partecipare sono sempre quei quattro o cinque visti dagli altri come i soliti rompiscatole.
Noi sappiamo che la democrazia non sopravvive da sola, che rischia di sclerotizzarsi in riti poco efficaci. Ancora più spesso si tende a confondere il rito con ciò che il rito dovrebbe favorire: la partecipazione di tutti.
Negli anni settanta potevano anche andar bene delle assemblee in cui pochi parlavano e molti ascoltavano, oggi però non è più così. Bisogna mettere nella condizione di partecipare in modo attivo tutti coloro che sono presenti ad una assemblea. Dobbiamo perciò essere convinti che non è la democrazia ad essere inadeguata ai tempi, ma il rito che si utilizza per metterla in pratica.
Il Collegio così inteso è ormai una cosa vecchia perché non è possibile che in un luogo dove si riuniscono cento persone dotate di ragione si possano contare solo dieci interventi; è un insulto all’intelligenza di tutti coloro che non hanno avuto la voglia o il coraggio di prendere la parola. E allora? Alcuni dicono che si deve abolire quest’istituzione perché inutile, vecchia, non al passo con i tempi. Io penso invece che certe istituzioni vadano aggiornate, cambiate, modificate secondo una logica destinata ad aumentare la partecipazione al loro interno.
A non funzionare non è il Collegio Docenti come istituzione, ma il modo di gestirlo, quindi non è il Collegio da abolire, ma la sua struttura che deve consentire a tutti di partecipare, di esprimere la propria opinione di incidere sulle decisioni che vengono prese.
Oggi ci sono sia gli strumenti metodologici che quelli tecnologici per fare ciò, basta aver voglia di conoscerli, di applicarli, di utilizzarli.
L’esperienza che viene narrata in questo articolo è relativa ad un Collegio tenutosi il 26 febbraio 2010, gestito con la tecnica del Jigsaw (adattata e rivista per l’occasione e per il tempo a disposizione) nell’Istituto Comprensivo della provincia di Rovigo in cui io lavoro, grazie alla disponibilità del Dirigente, del suo vice e di tutta la Commissione POF che mi hanno sostenuto nella fase della progettazione e della realizzazione. Leggi tutto l'articolo
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giovedì 1 luglio 2010

Apprendere insieme ad operare con i numeri

di Delia Fontana
della scuola primaria di Rogno (Bg)
Presentazione
di Paolo Scorzoni
Spesso quando tengo corsi sull’apprendimento cooperativo mi sento rispondere dagli insegnanti che partecipano: ma tu insegni italiano, è più facile per te progettare attività che prevedano il lavoro di gruppo.
Io rispondo che non è vero, ma non sempre dispongo di esempi e progetti da realizzare per discipline e per ordini di scuole diverse da quelle in cui insegno o ho insegnato.
È per questo che ho sollecitato Delia Fontana, insegnante di scuola primaria nell’Istituto Comprensivo di Costa Volpino sul lago d’Iseo (dove quest’inverno Daniele ed io abbiamo tenuto un corso di sensibilizzazione sull’apprendimento cooperativo), a raccontare la sua esperienza di insegnamento apprendimento del calcolo mentale attraverso una serie di attività a coppie.
Delia Fontana, non solo ha utilizzato il cooperative learning, ma anche il metodo analogico deduttivo.
Le ho chiesto di parlarci anche di questo metodo visti i risultati sorprendenti che permette di raggiungere.
Introduzione
Ho organizzato le attività didattiche in due classi prima utilizzando la metodologia del Cooperative Learning per le acquisizioni dell’ambito matematico, impostando la conoscenza e l’uso del numero sul metodo analogico-intuitivo.
Ho utilizzato il metodo analogico-intuitivo, elaborato e sperimentato da Camillo Bortolato , dopo aver approfondito gli studi di Daniela Lucangeli , in particolare l’analisi dei precursori della cognizione numerica: processi semantici, conteggio, processi lessicali e pre-sintattici. La scelta di utilizzare il metodo analogico-intuitivo si basa sulle ricerche che tendono a evidenziare le grandi potenzialità dei bambini fin dalla nascita: sono le teorie dello sviluppo di Butterworth (1999) e Dehaene (2000), secondo le quali le competenze strumentali in fatto di numeri sono presenti fin dalla nascita e non si sviluppano dalle esperienze concrete attorno ai 5 anni, come affermava Piaget. I bambini sono in grado di compiere da subito operazioni con le quantità, purché queste siano presentate in modo conforme alle caratteristiche della mente, perché calcolo di numerosità e calcolo mentale sono competenze indipendenti dal sistema notazionale dei numeri scritti.
Il metodo si disinteressa inizialmente dei numeri scritti, rivolgendo invece l’attenzione alle immagini interne della mente che lavora in modo intuitivo e silenzioso. Per facilitare e rendere istantaneo il conteggio, in modo da evitare i conteggi parziali e finali, è necessario precostituire una struttura d’ordine su cui appoggiare gli oggetti. Dislocando le quantità sempre nello stesso ordine è possibile basarsi sulla posizione considerata in se stessa: l’ordine deve essere semplice, adatto alle caratteristiche della nostra mente e replicabile in tutte le dimensioni. La conformazione delle dita delle mani, che oltre ad essere suddivise in cinquine, sono prima di tutto allineate e ordinate, rappresenta l’ordine semplice di riferimento.
Sulla base dell’allineamento di palline (dots) i bambini individuano il numero senza contare, desumendolo dalla sua posizione, secondo un computo mentale che dalla visione individua istantaneamente la quantità. (continua)
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domenica 2 maggio 2010

La valutazione degli insegnanti

Ho raccolto le riflessioni degli ultimi tempi in un articolo che vi propongo al link che segue: http://www.abilidendi.it/ArticoliValutazioneInsegnanti.pdf